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LA CICALA
(Da Volario di A: Cattabiani


IL CANTORE DEL SOLE: LA CICALA






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Le inviate delle Muse
Affine simbolicamente all'ape è anche la cicala (Cicada plebeia) non come immagine dell'anima, ma come ministra delle Muse secondo il racconto di Platone che nel Fedro attribuisce a Socrate queste parole rivolte all'omonimo personaggio del dialogo: "Se poi le cicale vedessero che anche noi due, come la maggior parte della gente del mezzogiorno, non discorriamo ma sonnecchiamo e ci lasciamo incantare da loro per pigrizia del nostro pensiero, giustamente ci deriderebbero considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in questo rifugio, come delle pecore che trascorrono il pomeriggio presso una fonte.
Invece se ci vedono discorrere e navigare passando davanti alla Sirene non ammaliati, forse ci ammireranno e ci daranno quel dono che gli dei possono dare agli uomini ".
"Quale dono?" gli chiede Fedro. "mi pare proprio di non averne mai sentito parlare." E Socrate gli racconta:

Un tempo prima che nascessero le Muse, le cicale erano uomini.
Ma quando nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni uomini furono colpiti a tal punto dal piacere che continuavano a cantare, trascurando cibi e bevande, e senza accorgersene morivano.
Da loro spuntò la stirpe delle cicale alle quali le Muse hanno concesso il privilegio di cantare fino alla morte senza aver mai bisogno di nutrirsi e poi risalire fino a loro per riferire su chi le onori sulla Terra e quali in particolare onori fra di loro.
A Tersicore additano chi le ha reso onore nei cori, e così lo rendono a lei più caro; a Erato che le ha reso onore nei carmi amorosi; e così alle altre secondo la forma di onore che è propria di ciascuna.
Alla più anziana, Calliope, e a quella che viene dopo di lei Urania, riferiscono di coloro che trascorrono la vita nella filosofia e rendono onore alla musica che è loro propria.
Sono queste che, più di tutte le Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani, mandano un bellissimo suono di voce.

La vita della cicala che canta senza toccare ne' cibo ne' bevanda sino a che non sopravviene la morte, per poi approdare tra le Muse e unirsi alla più vecchie fra loro, era dunque per Platone il modello del filosofo il quale, non curandosi del corpo, si occupa incessantemente della conoscenza delle cose divine.

L'apollinea cicala
Il mito platonico non era soltanto una fantasia perché la cicala era attributo di Apollo-Elio e non poteva non esserlo poiché nella stagione in cui essa canta il sole trionfa nel cielo estivo.
Il dio a sua volta era considerato il maestro delle Muse.
Madre delle Muse era Mnemosine, ovvero la Memoria Celeste, figlia di Urano e di Gea, ossia del Cielo e della Terra. Pindaro racconta che alla festa nuziale lo sposo domandò agli dei che cosa mancasse loro ancora. Allora Zeus si accoppiò per nove giorni di seguito con Mnemosine che successivamente partorì, poco lontano dalla cima dell'Olimpo, nove figlie che amavano soltanto cantare: si chiamavano Clio, "colei che rende celebri", Euterpe , "colei che rallegra", Talia, "la festiva", Melpomene, "la cantante", Tersicore, "colei che si diletta nella danza", Erato "colei che suscita desideri", Polimnia, "ricca di inni", Urania "la celeste", e Calliope, "colei che ha una bella voce".

Erano accompagnate e guidate nei canti e nelle danze da Apollo che nell'inno omerico è definito "Maestro delle Muse" e "Cantore con la lira".
In un mio libro di racconti dedicati agli animali Bestiario segreto, ho scritto commentando questi miti: " E a cosa allude l'unione di Urano e Gea se non alla comunione originaria che univa la terra all''invisibile e di cui Mnemosine, loro figlia, è la Memoria? E la presenza del "cantore" Elios-Apollo presso le sue allieve Muse che altro è se non un'allusione all'origine divina del mondo, a quel suono originario che materializzandosi ed espandendosi ha formato l'universo?

E allora le Muse, figlie del dio che regge l'Universo e della dea Memoria, sono il Canto che celebra il non manifestato alla luce di Apollo, il Sole eterno, mentre i poeti, i musicisti, i cantanti, gli attori, i danzatori sono coloro che materializzano questo Canto; e la loro arte è celebrazione e preghiera.

Simbolo dell'iniziato ai Misteri e della nuova vita
Ora Apollo spiegava che per simboleggiare un iniziato ai Misteri si dipingeva una cicala: "Questa infatti non parla con la bocca ma, emettendo suoni con la coda, intona un canto melodioso.
A sua volta Plinio il Vecchio, sulla scia di Aristotele, sosteneva: "La cicala è l'unica creatura vivente che sia sprovvista di bocca: al suo posto ha qualcosa di paragonabile alla lingua degli insetti muniti di pungiglioni; quest'organo è posto al centro del petto e le serve per leccare la rugiada".

In quella seconda credenza veniva ampliato e potenziato il rapporto della cicala con i Misteri perché sembrava che la natura stessa avesse alluso nel corpo alla loro suprema legge, ovvero all'obbligo della riservatezza.

Lo stesso Plinio riferiva un'altra credenza: "Quando sono disturbate e volano via, emettono un rumore il quale costituisce l'unica prova che esse si nutrono di rugiada; inoltre sono le sole creature a non avere un orifizio per gli escrementi.
Se immateriale era il suo alimento, una goccia della rugiada più pura, e se immateriale era il suo corpo, la cui carne era "priva di sangue", e se infine non produceva ne' espelleva escrementi, la cicala impersonava la purezza e l'innocenza: era "quasi simile agli dei" e perciò "venerata tra gli uomini".
Le si addiceva dunque l'immagine dell'iniziato, di chi, seguendo i precetti, "santifica la propria vita".
Non casualmente i misti dovevano adornare la propria capigliatura di fibule a forma di cicala nelle celebrazioni dei Misteri eleusini e di quelli di Era, a Samos.
La connessione con i Misteri non poteva non evocare anche la speranza di trionfare sulla morte.
D'altronde lo stesso mito platonico delle cicale poteva essere interpretato in questa luce: dopo la morte infatti rinascevano alla nuova vita in comunione con le Muse Calliope e Urania.

"L'immagine della cicala che passa dalla vecchiaia a una nuova giovinezza" osserva Bachofen "costituisce la migliore speranza per la persona anziana che si avvia alla morte.
Non deve perciò sorprendere il fatto di ritrovarla sulle tombe: anche in quest'ultimo caso essa è il simbolo dell'accoglimento di una speranza iniziatica."

In quest'area simbolica si situa, secondo Bachofen, il mito di Titono e Aurora (Eos). Si narrava che la dea Aurora avesse rapito il giovane Titono, ammaliata dalla sua bellezza.
Volendo godere di lui in eterno chiese a Zeus di renderlo immortale; ma commise un errore, come narra Omero:

Stolta, non pensò nella sua mente, la veneranda Aurora,
a chiedere la giovinezza e a tenere lontana la rovinosa vecchiaia.

Quando le prime ciocche bianche comparvero sul capo e sul mento di Titono, Aurora lo ripudiò come amante pur continuando ad ospitarlo nelle sue stanze, a nutrirlo e donargli belle vesti.

Ma quando con tutto il suo peso
Gravò su di lui l'odiosa vecchiaia
Ed egli non riusciva più a muovere né a sollevare le membra,
questa nel suo animo le sembrò la decisione migliore: La sua voce mormora senza fine.


Quella voce divenne nella tarda tradizione greca, da Ellanico in poi, il frinire della cicala poiché il giovane sarebbe stato trasformato in quell'insetto dalla dea.
Ma perché mai in una cicala?
Perché l'insetto alato, secondo alcuni commentatori fra cui Properzio, simboleggerebbe la loquacità che è una caratteristica della vecchiaia. ……….


Il canto solare delle cicale

Difficile sottrarsi al loro canto solare così come a quello lunare e materno delle civette.
Lo sapevano bene i Greci, lo sappiamo bene noi che ancora abbiamo il terzo orecchio.
Ricordo ancora, come un'inebriante epifania sonora, il frinire di migliaia di cicale in un pomeriggio estivo sui Maures, in Provenza, tra il soffio impetuoso del Mistral che accompagnava la fragorosa orchestra di migliaia di trombe solari.
Avevo vent'anni; e da quel giorno fui irrimediabilmente segnato dal dio.
Così le celebra Esiodo scrivendo a proposito dell'estate trionfante:

Quando il cardo fiorisce e la cicala vibrante,
posata su un albero, versa fitto il suo canto sonoro
da sotto le ali, nella stagione dell'estate gravosa….


Omero giunge perfino a definire gli anziani compagni di Priamo, che a causa della tarda età avevano smesso di combattere,

parlatori nobili, simili a cicale
che su una pianta in mezzo al bosco
mandano voce fiorita.


Leggendo una sera un incantevole libretto di un naturalista francese del secolo scorso, Marcel Roland, ho scoperto in una lettera che Romain Rolland gli aveva scritto queste osservazioni degne di un Greco per l'entusiasmo che vi traspare e la consonanza dello scrittore francese con gli antichi: "Ho serbato in me l'ebbrezza del "Mezzogiorno, re delle estati" sull'immensa pianura arsa ai piedi del Soratte; il sole implacabile, da fare cadere esanimi sotto le sue frecce e quella musica [delle cicale] che riempiva lo spazio luminoso.
Sgorgava dalla terra screpolata, crepitava di sole, sembrava la vibrazione dei mondi…..E io pensavo al sogno di Scipione e degli antichi Greci, all'armonia delle sfere.

Sentivo sotto le tempie la pulsazione del Sole.
Perché non ammettere che i Greci abbiano gustato quell'ebbrezza?".



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