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IL VIRTUOSISMO SPINTO DI UGHI
Amici della musica. Il violinista, validamente affiancato dai Filarmonici
di Roma, ha dominato soprattutto nell'esecuzione di Saint-Saëns
da:l'Arena di mercoledì 7 dicembre 2005 pag. 45
di Marco Materassi
Verona
Nei programmi delle società di concerti attente alla qualità delle proposte
come alle aspettative del pubblico non può mancare qualche presenza di
spicco, il nome importante che dà valore aggiunto al livello complessivo di
una stagione.
Così è anche per gli "Amici della musica" veronesi, che per
la stagione in corso hanno proposto l'altra sera al Filarmonico una stella
di prima grandezza come il violinista Uto UGHI affiancato dall'orchestra "I
Filarmonici di Roma".
In casi del genere non è tanto il programma al centro dell'attenzione,
quanto il solista di chiara fama protagonista assoluto del concerto.
Per l'occasione UGHI ha calato alcune carte vincenti del suo repertorio: le due
Romanze op. 49 e 50 di Beethoven e l'Introduzione e Rondò capriccioso di
Saint-Saëns, precedute in programma da una prima parte tutta mozartiana con
la Sinfonia KV 129 e il celebre Concerto per violino KV 219 (è ormai
arcinoto che Mozart sarà il tormentone di questa stagione concertistica e
parte della prossima; sia detto con tutta la devozione dovuta al sommo
salisburghese).
Come di prassi nelle "accademie" al tempo di Mozart (oggi si direbbero
esibizioni di virtuosi) il concerto si è aperto con la sinfonia, prologo
rituale alla entrata in scena del solista.
Non però quella annunciata, ma la quarta delle Sinfonie (Concerti a grande orchestra) op. 12 di Luigi
Boccherini, detta "La casa del diavolo" per via dell'ultimo movimento
intestato Chaconne qui représente l'Enfer.
È bello che ogni tanto qualcuno si ricordi di un musicista di grande
interesse e troppo trascurato quale il nostro Boccherini, stretto al suo
tempo come al nostro fra le presenze sovrastanti di Haydn, Mozart e
Beethoven.
La sua solida ed energica Sinfonia in re minore è stata eseguita
dai Filarmonici romani con spigliatezza e buona presenza sonora che
soprattutto nel trascinante movimento conclusivo hanno dato adeguato
risalto alla ricchezza inventiva profusa da Boccherini.
È stato un invitante preludio all'entrata in scena di Uto UGHI con il
Concerto KV 219 di Mozart, ultimo dei suoi cinque per violino e di tutti il
più elegante ed estroso.
Personalità musicali come quella di UGHI tendono a
lasciare sulla musica i segni del loro forte temperamento, a imprimervi
quel sentire del grande interprete che è tale, al di là del talento
tecnico, proprio per come riesce a entrare nelle profondità di un'opera e a
uscirne con qualcosa che altri non vi hanno trovato.
Tutto funziona quanto più la conformazione del territorio musicale s'adatta
alla personalità dell'interprete.
Diversamente gli esiti possono essere
anche problematici come, nel caso specifico, con il Concerto mozartiano le
cui grazie e invenzioni tutte settecentesche UGHI ha proiettato in avanti
di più decenni, in un clima romantico del quale ha certo beneficiato il
lirico intimismo dell'"Adagio" centrale, ma non l'iniziale "Allegro
aperto", un po' sovraccarico di sentimentalismo, e tanto meno lo spiritoso
"Rondò" finale, dove certe libertà agogiche del solista hanno creato attimi
di scompiglio in orchestra, per altro qui e negli altri brani sempre
all'altezza della situazione.
Sarà che da grandi interpreti come UGHI ci si aspetta sempre qualche
rivelazione e non si è, forse con eccessiva pretesa, del tutto soddisfatti
quando questa non arriva assieme alla conferma, comunque giunta in pieno,
della sua classe indiscutibile e della purezza del suo talento
violinistico.
Qualità, queste, messe in risalto nelle due Romanze
beethoveniane, vere e proprie "arie" strumentali dove ha trovato piena
valorizzazione la musicalità intensa e sensibilissima di UGHI.
Il suo vero dominio d'interprete è però quello del virtuosismo spinto e
appassionato di pagine come quella di Saint-Saëns e dei due bis (Kreisler e
Sarasate, vero e proprio prolungamento del concerto) che hanno dato modo al
violinista di mettere in campo tutte quelle doti, strumentali e
d'espressione, che ne fanno uno dei grandi del concertismo mondiale;
virtuoso vero, capace di incantare senza mai andare sopra le righe con
concessioni plateali, in ragione soltanto della sostanza artistica che gli
appartiene e sa trasmettere.
Successo, manco a dirlo, trionfale.
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