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UGHI la seduzione di un violino unico


"Da IL MATTINO ONLINE" del Mercoledì 01.05.2002


Napoli

Ci sono piccole gioie in un concerto, nascoste tra le pieghe della musica.
Come, ad esempio, il piacere di ritrovare tutta intera una consuetudine d'ascolto costruita negli anni e rintracciabile nei gesti come nei suoni, nelle scelte di repertorio del solista e nell'approccio conseguente all'esecuzione.
A queste soddisfazioni ci ha abituati da tempo Uto Ughi, fedele ad uno stile forte e comunicativo e persino a certi cavalli di battaglia inossidabili; come quella fantasia su «Carmen» che, col pianoforte o con l'orchestra, propone da sempre nei suoi fuori programma, quasi fosse una firma preziosa in calce al concerto.
Ed allora, a dispetto della frequenza d'occasione, ogni appuntamento con lui diventa un evento da pienone: compreso, ovviamente, quello di lunedì scorso al San Carlo dedicato alla memoria di Aldo Ferraresi nel centenario della nascita.
Altri fattori, poi, arricchiscono l'esibizione di Ughi, donandole un senso di rassicurante familiarità.
A cominciare dal calore del pubblico, non più semplice cornice ma interlocutore chiamato a confermare, attraverso l'inevitabile seduzione, il carattere di eccezionalità sotteso al funambolismo tecnico.
Per finire con quel suono di violino bello come pochissimi altri nel momento in cui si abbandoni al canto spiegato e dolcissimo di un Larghetto vivaldiano celeberrimo e, per fortuna, mai appagante.
Coi Filarmonici di Roma, suoi partner nell'occasione napoletana, Ughi suona da una vita.
Il che gli consente di sferzare il gruppo quando alle vesti di solista e concertatore affianca quella di direttore, senza per questo apparire vessatorio: l'impressione dalla platea è che chieda agli archi una postura più disinvolta, non per questioni di forma quanto per la ricerca di un respiro ampio e fraseggio più largo, cui lui stesso accede volentieri.
I Filarmonici, intanto, si ritagliano uno spazio protagonistico in apertura di serata con un evergreen come la Sinfonia «della casa del diavolo» di Boccherini: ma certo è che il breve pezzo scorre indolore, senza traumi né palpiti.
I palpiti, invece, li evoca subito l'ospite illustre allorquando imbraccia il violino nel celebre doppio in La minore da «L'estro armonico». Ughi trova nella circostanza in Maryse Regard il complemento di un gioco a due che spinge naturalmente sullo sfondo l'orchestra, secondo uno schema formale collaudato.
Una differenza di timbro e colore tra le voci soliste si avverte, ma non è di confronto che si deve parlare, quanto di dialogo tra due violini, con quello di Ughi pronto a cogliere accenti di esplicito lirismo.
La seconda metà della serata vive, invece, delle sensazioni forti prestate dal primo Concerto di Paganini, eseguito come prassi nella tonalità di Re maggiore (mentre Massimo Quarta, mesi fa, l'aveva riportato al filologico Mi bemolle con violino solista iperaccordato).
Tonalità a parte, comunque, si rimane affascinati prima ancora che dal virtuosismo assodato del solista, dall'aplomb con il quale ogni cimento tecnico viene superato, così da non offrire all'occhio il senso di impresa che l'orecchio, invece, afferra per intero, godendo dell'effetto.


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